La mia ricerca sulla Sacra Sindone



Le esposizioni pubbliche della Sindone sono chiamate ostensioni (dal latino ostendere, "mostrare"). Le ultime sono state nel 1978, nel 1998 e nel 2000; la prossima è prevista per il 2010.ed io ono 5 anni che studio anche questo enigma.Spero che le mie ricerche teologiche e di storia dell' arte, possano contribuire in qualche modo,iniziamo con un evento biblico .Mose'e San Giovanni Apostolo. Titulus crucis Il titulus crucis è l'iscrizione, riportata dal Vangelo secondo Matteo e dal Vangelo secondo Giovanni, che sarebbe stata apposta sopra la croce di Gesù, quando egli fu crocifisso, per indicare la motivazione della condanna. L'esibizione della motivazione della condanna, infatti, era prescritta dal diritto romano.

Il nome indica anche una reliquia conservata a Roma e costituita da una tavola di legno di noce, che secondo la tradizione sarebbe il cartiglio originario infisso sopra la croce.

Nelle rappresentazioni artistiche della crocifissione si indica tradizionalmente come titulus le sole quattro lettere INRI, iniziali dell'espressione latina «Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum», che traduce il testo greco del vangelo di Giovanni. Similmente sui crocifissi delle chiese ortodosse l'iscrizione ha le lettere INBI, utilizzando il testo greco equivalente («
ησος Ναζωραος Bασιλες τν ουδαίων»).
 Il testo dell'iscrizione Secondo i vangeli il cartiglio apposto sulla croce riportava come motivo della condanna: «Questi è Gesù, il re dei Giudei» (Matteo 27,37) oppure «Gesù Nazareno, re dei Giudei», secondo il Vangelo secondo Giovanni (19,19); tale vangelo aggiunge che era scritta in ebraico, latino e greco(19,20).

Inoltre lo stesso vangelo afferma che, al leggerlo, i capi dei Giudei si recarono da Ponzio Pilato per chiedere che venisse corretto: secondo loro il titulus non doveva affermare che Gesù «era» il re dei giudei, ma che si era autoproclamato tale. Pilato rispose Quod scripsi, scripsi, e si rifiutò di modificare la scritta (Giovanni 19,21-22).

Molti anni fa un erudito ebreo, Schalom Ben-Chorin[1], ha avanzato l'ipotesi che la scritta ebraica fosse: "Yeshua Hanozri W(u)melech Hajehudim", cioè letteralmente: "Gesù il Nazareno è il Re dei Giudei". In tal caso le iniziali delle quattro parole corrisponderebbero esattamente con il tetragramma biblico, il nome impronunciabile di Dio, motivando con maggior forza le proteste dei giudei[2].Il Titulus di Roma La conservazione come reliquia del "titolo" apposto sulla croce è testimoniata per la prima volta nel IV-V secolo dall'"itinerario" di Egeria, che racconta il proprio pellegrinaggio a Gerusalemme nell'anno 383[3]. Successivamente il titulus fu descritto nel 570 da Antonino di Piacenza, un pellegrino che vide le reliquie della Passione a Gerusalemme. Egli riporta la seguente iscrizione: «Hic est rex Iudaeorum», cioè il testo di Matteo[4].

Una tavola di legno, che la tradizione cattolica ritiene essere parte del titulus, ma che è stata datata al X-XII secolo, è conservata a Roma, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, insieme a un presunto chiodo della Passione e a frammenti della Vera Croce. Tutti questi oggetti, secondo la tradizione, furono rinvenuti da Elena, madre dell'imperatore romano Costantino I, che nel IV secolo visitò Gerusalemme e fece scavare l'area del Golgota.

Si apre perciò la questione se è verosimile che il cartiglio della croce sia stato conservato e se la reliquia romana possa essere l'originale o almeno una copia fedele.

Alla prima questione ha cercato di rispondere nella sua tesi di dottorato e in una pubblicazione di poco antecedente Maria-Luisa Rigato, una biblista attiva alla Pontificia Università Gregoriana, supponendo che il cartiglio sia stato staccato dalla croce e deposto inizialmente nella tomba assieme al corpo di Gesù[5]. La sepoltura,infatti, caratterizzata secondo i Vangeli dall'utilizzo di una tomba di ampie dimensioni, dal trattamento della salma con unguenti preziosi e dall'avvolgimento in un sudario, avrebbe secondo la Rigato tutte la caratteristiche di una sepoltura regale. L'aggiunta del cartiglio, il cui testo appariva ai seguaci di Gesù inconsapevolmente profetico della regalità di Gesù[6], sembrerebbe ben accordarsi con le intenzioni di Giuseppe d'Arimatea e di Nicodemo.

Per rispondere alla seconda questione a partire dal 1995 hanno avuto accesso al titulus alcuni studiosi, fra cui appunto per prima Maria-Luisa Rigato, che ha stimolato e collaborato alle indagini scientifiche necessarie (rilievo fotografico, prelievo di campioni, ecc.)[7].. Il materiale raccolto è stato anche reso disponibile ad altri studiosi, fra cui Carsten Peter Thiede e Michael Hesemann[8].

Il titulus di Santa Croce reca effettivamente una parte dell'iscrizione nelle tre lingue. Anche i testi in latino e greco sono scritti, da destra a sinistra, come l'ebraico; inoltre nel testo latino è scritto «Nazarinus» anziché «Nazarenus». Il testo, poi, non sembra corrispondere esattamente a nessuno di quelli dei quattro vangeli. Queste anomalie sono considerate da alcuni indizi di autenticità, in base al ragionamento che difficilmente un falsario le avrebbe introdotte.Qui ho esteso io le mie ricerche':Titulus crucis Il titulus crucis è l'iscrizione, riportata dal Vangelo secondo Matteo e dal Vangelo secondo Giovanni, che sarebbe stata apposta sopra la croce di Gesù, quando egli fu crocifisso, per indicare la motivazione della condanna. L'esibizione della motivazione della condanna, infatti, era prescritta dal diritto romano.

Il nome indica anche una reliquia conservata a Roma e costituita da una tavola di legno di noce, che secondo la tradizione sarebbe il cartiglio originario infisso sopra la croce.

Nelle rappresentazioni artistiche della crocifissione si indica tradizionalmente come titulus le sole quattro lettere INRI, iniziali dell'espressione latina «Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum», che traduce il testo greco del vangelo di Giovanni. Similmente sui crocifissi delle chiese ortodosse l'iscrizione ha le lettere INBI, utilizzando il testo greco equivalente («
ησος Ναζωραος Bασιλες τν ουδαίων»).
 Il testo dell'iscrizione Secondo i vangeli il cartiglio apposto sulla croce riportava come motivo della condanna: «Questi è Gesù, il re dei Giudei» (Matteo 27,37) oppure «Gesù Nazareno, re dei Giudei», secondo il Vangelo secondo Giovanni (19,19); tale vangelo aggiunge che era scritta in ebraico, latino e greco(19,20).

Inoltre lo stesso vangelo afferma che, al leggerlo, i capi dei Giudei si recarono da Ponzio Pilato per chiedere che venisse corretto: secondo loro il titulus non doveva affermare che Gesù «era» il re dei giudei, ma che si era autoproclamato tale. Pilato rispose Quod scripsi, scripsi, e si rifiutò di modificare la scritta (Giovanni 19,21-22).

Molti anni fa un erudito ebreo, Schalom Ben-Chorin[1], ha avanzato l'ipotesi che la scritta ebraica fosse: "Yeshua Hanozri W(u)melech Hajehudim", cioè letteralmente: "Gesù il Nazareno è il Re dei Giudei". In tal caso le iniziali delle quattro parole corrisponderebbero esattamente con il tetragramma biblico, il nome impronunciabile di Dio, motivando con maggior forza le proteste dei giudei[2].Il Titulus di Roma La conservazione come reliquia del "titolo" apposto sulla croce è testimoniata per la prima volta nel IV-V secolo dall'"itinerario" di Egeria, che racconta il proprio pellegrinaggio a Gerusalemme nell'anno 383[3]. Successivamente il titulus fu descritto nel 570 da Antonino di Piacenza, un pellegrino che vide le reliquie della Passione a Gerusalemme. Egli riporta la seguente iscrizione: «Hic est rex Iudaeorum», cioè il testo di Matteo[4].

Una tavola di legno, che la tradizione cattolica ritiene essere parte del titulus, ma che è stata datata al X-XII secolo, è conservata a Roma, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, insieme a un presunto chiodo della Passione e a frammenti della Vera Croce. Tutti questi oggetti, secondo la tradizione, furono rinvenuti da Elena, madre dell'imperatore romano Costantino I, che nel IV secolo visitò Gerusalemme e fece scavare l'area del Golgota.

Si apre perciò la questione se è verosimile che il cartiglio della croce sia stato conservato e se la reliquia romana possa essere l'originale o almeno una copia fedele.

Alla prima questione ha cercato di rispondere nella sua tesi di dottorato e in una pubblicazione di poco antecedente Maria-Luisa Rigato, una biblista attiva alla Pontificia Università Gregoriana, supponendo che il cartiglio sia stato staccato dalla croce e deposto inizialmente nella tomba assieme al corpo di Gesù[5]. La sepoltura,infatti, caratterizzata secondo i Vangeli dall'utilizzo di una tomba di ampie dimensioni, dal trattamento della salma con unguenti preziosi e dall'avvolgimento in un sudario, avrebbe secondo la Rigato tutte la caratteristiche di una sepoltura regale. L'aggiunta del cartiglio, il cui testo appariva ai seguaci di Gesù inconsapevolmente profetico della regalità di Gesù[6], sembrerebbe ben accordarsi con le intenzioni di Giuseppe d'Arimatea e di Nicodemo.
Io ho analizzato questa parte teologica per estendere le ricerche Per rispondere alla seconda questione a partire dal 1995 hanno avuto accesso al titulus alcuni studiosi, fra cui appunto per prima Maria-Luisa Rigato, che ha stimolato e collaborato alle indagini scientifiche necessarie (rilievo fotografico, prelievo di campioni, ecc.)[7].. Il materiale raccolto è stato anche reso disponibile ad altri studiosi, fra cui Carsten Peter Thiede e Michael Hesemann[8].E qui io ho esteso le mie ricerche basandomi su Mose'e l'apertura del mar Rosso piu gli scriti di San Giovanni Apostolo e San Paolo Apostolo .ma cosa e' Il ''titulusdi Santa Croce?

Il titulus di Santa Croce reca effettivamente una parte dell'iscrizione nelle tre lingue. Anche i testi in latino e greco sono scritti, da destra a sinistra, come l'ebraico; inoltre nel testo latino è scritto «Nazarinus» anziché «Nazarenus». Il testo, poi, non sembra corrispondere esattamente a nessuno di quelli dei quattro vangeli. Queste anomalie sono considerate da alcuni indizi di autenticità, in base al ragionamento che difficilmente un falsario le avrebbe introdotte.

Le fotografie dell'iscrizione sono state esaminate da diversi paleografi (contattati indipendentemente dai tre ricercatori sopra citati). In particolare le lettere sono risultate perfettamente compatibili con quelle del primo secolo, confermando, quindi, la possibilità che la reliquia sia l'originale o almeno una copia fedele dell'originale. Maria Luisa Rigato ne deduce: Ritengo in base a tutti gli elementi raccolti che il Testo dell'iscrizione sulla Tavoletta-reliquia corrisponda al Titolo originale di Pilato [9].

Resta infine il problema se la reliquia possa essere l'originale del Calvario. Per chiarire la questione la Santa Sede ha autorizzato il prelievo di campioni del legno che sono stati datati utilizzando il Metodo del carbonio-14. I risultati, pubblicati nel 2002, hanno determinato che il legno risale all'intervallo tra gli anni 980 e 1150[10].L’osservanza dei precetti e delle tradizioni

Il Vangelo di Luca racconta che Gesù inizia il suo ministero a circa trent’anni (3,23).

Gesù, a sottolineare sia la conoscenza del Vecchio Testamento sia la sua devozione allo stesso, fa spesso riferimento ai Profeti ed ai Re ebrei.

Cita Salomone (Mt 6,29), Isaia (Mt 12,18 ; Lc 3,3/6 ; 4,16), Giona nella pancia della balena  (Mt 12,40; Lc 11,30), Mosè ed Elia a colloquio con lui  (Mt 17,3-4; 17,12; Mc 1,44;  Gv 3,14  7,19), Geremia (Mt 27,9-10), Abramo, Isacco e Giacobbe (Lc  20,37).

Con riferimento specifico alle usanze ebraiche seguite ai tempi di Gesù (ed ancora ai nostri), dalla lettura dei Vangeli emerge che egli fu sempre rispettoso di tutte loro.

Vengono richiamate le abluzioni dei Giudei per la purificazione 

Lc 2,22 Venuto poi il tempo della loro purificazione, secondo la legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme….

Si tratta della purificazione cui era obbligata la madre dopo il parto.

Gv 2,6 C’erano là sei idre di pietra, capaci ciascuna da due o tre metrete (si tratta di unità di capacità allora in uso)                         

Sono citati, in modo dettagliato,  i “filatteri” (dal greco: custodire): 

Mt 23,5 Gli scribi e i farisei … allargano infatti le loro filattiere e ingrandiscono i fiocchi

Mc 5,25-28 E una donna che da molti anni era affetta da un flusso di sangue…..si ficcò in mezzo alla folla e da dietro gli  (a Gesù) toccò la veste.

Mc 6,56 Dovunque entrava……collocavano gli infermi sulle piazze e lo pregavano di poter toccare anche solo il lembo del suo mantello; e quando lo toccavano erano risanati.

Lc 8,43-44 E una donna che da dodici anni soffriva di continue perdite di sangue….gli si avvicinò, toccò la frangia del suo mantello….

Questo dei filatteri non è un dettaglio da poco: esso evidenzia, per un ebreo, una religiosità osservata  e praticata.

Il mantello, appena richiamato, è il talled ebraico.  Si tratta di un manto rettangolare, munito di frange e di fiocchi agli angoli, nel quale si avvolgono, durante il rito, i fedeli maschi, dall’età di tredici anni compiuti.

Quello che gli ebrei osservanti portano (come faceva Gesù) sotto le vesti, è denominato talled katan (piccolo).    
io pero' Ho analizzato il Titulus crucis Il titulus crucis è l'iscrizione, riportata dal Vangelo secondo Matteo e dal Vangelo secondo Giovanni, che sarebbe stata apposta sopra la croce di Gesù, quando egli fu crocifisso, per indicare la motivazione della condanna. L'esibizione della motivazione della condanna, infatti, era prescritta dal diritto romano.

Il nome indica anche una reliquia conservata a Roma e costituita da una tavola di legno di noce, che secondo la tradizione sarebbe il cartiglio originario infisso sopra la croce.

Nelle rappresentazioni artistiche della crocifissione si indica tradizionalmente come titulus le sole quattro lettere INRI, iniziali dell'espressione latina «Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum», che traduce il testo greco del vangelo di Giovanni. Similmente sui crocifissi delle chiese ortodosse l'iscrizione ha le lettere INBI, utilizzando il testo greco equivalente («
ησος Ναζωραος Bασιλες τν ουδαίων»).
 Il testo dell'iscrizione Secondo i vangeli il cartiglio apposto sulla croce riportava come motivo della condanna: «Questi è Gesù, il re dei Giudei» (Matteo 27,37) oppure «Gesù Nazareno, re dei Giudei», secondo il Vangelo secondo Giovanni (19,19); tale vangelo aggiunge che era scritta in ebraico, latino e greco(19,20).

Inoltre lo stesso vangelo afferma che, al leggerlo, i capi dei Giudei si recarono da Ponzio Pilato per chiedere che venisse corretto: secondo loro il titulus non doveva affermare che Gesù «era» il re dei giudei, ma che si era autoproclamato tale. Pilato rispose Quod scripsi, scripsi, e si rifiutò di modificare la scritta (Giovanni 19,21-22).

Molti anni fa un erudito ebreo, Schalom Ben-Chorin[1], ha avanzato l'ipotesi che la scritta ebraica fosse: "Yeshua Hanozri W(u)melech Hajehudim", cioè letteralmente: "Gesù il Nazareno è il Re dei Giudei". In tal caso le iniziali delle quattro parole corrisponderebbero esattamente con il tetragramma biblico, il nome impronunciabile di Dio, motivando con maggior forza le proteste dei giudei[2].Il Titulus di Roma La conservazione come reliquia del "titolo" apposto sulla croce è testimoniata per la prima volta nel IV-V secolo dall'"itinerario" di Egeria, che racconta il proprio pellegrinaggio a Gerusalemme nell'anno 383[3]. Successivamente il titulus fu descritto nel 570 da Antonino di Piacenza, un pellegrino che vide le reliquie della Passione a Gerusalemme. Egli riporta la seguente iscrizione: «Hic est rex Iudaeorum», cioè il testo di Matteo[4].

Una tavola di legno, che la tradizione cattolica ritiene essere parte del titulus, ma che è stata datata al X-XII secolo, è conservata a Roma, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, insieme a un presunto chiodo della Passione e a frammenti della Vera Croce. Tutti questi oggetti, secondo la tradizione, furono rinvenuti da Elena, madre dell'imperatore romano Costantino I, che nel IV secolo visitò Gerusalemme e fece scavare l'area del Golgota.

Si apre perciò la questione se è verosimile che il cartiglio della croce sia stato conservato e se la reliquia romana possa essere l'originale o almeno una copia fedele.

Alla prima questione ha cercato di rispondere nella sua tesi di dottorato e in una pubblicazione di poco antecedente Maria-Luisa Rigato, una biblista attiva alla Pontificia Università Gregoriana, supponendo che il cartiglio sia stato staccato dalla croce e deposto inizialmente nella tomba assieme al corpo di Gesù[5]. La sepoltura,infatti, caratterizzata secondo i Vangeli dall'utilizzo di una tomba di ampie dimensioni, dal trattamento della salma con unguenti preziosi e dall'avvolgimento in un sudario, avrebbe secondo la Rigato tutte la caratteristiche di una sepoltura regale. L'aggiunta del cartiglio, il cui testo appariva ai seguaci di Gesù inconsapevolmente profetico della regalità di Gesù[6], sembrerebbe ben accordarsi con le intenzioni di Giuseppe d'Arimatea e di Nicodemo.

Per rispondere alla seconda questione a partire dal 1995 hanno avuto accesso al titulus alcuni studiosi, fra cui appunto per prima Maria-Luisa Rigato, che ha stimolato e collaborato alle indagini scientifiche necessarie (rilievo fotografico, prelievo di campioni, ecc.)[7].. Il materiale raccolto è stato anche reso disponibile ad altri studiosi, fra cui Carsten Peter Thiede e Michael Hesemann[8].

Il titulus di Santa Croce reca effettivamente una parte dell'iscrizione nelle tre lingue. Anche i testi in latino e greco sono scritti, da destra a sinistra, come l'ebraico; inoltre nel testo latino è scritto «Nazarinus» anziché «Nazarenus». Il testo, poi, non sembra corrispondere esattamente a nessuno di quelli dei quattro vangeli. Queste anomalie sono considerate da alcuni indizi di autenticità, in base al ragionamento che difficilmente un falsario le avrebbe introdotte.

Le fotografie dell'iscrizione sono state esaminate da diversi paleografi (contattati indipendentemente dai tre ricercatori sopra citati). In particolare le lettere sono risultate perfettamente compatibili con quelle del primo secolo, confermando, quindi, la possibilità che la reliquia sia l'originale o almeno una copia fedele dell'originale. Maria Luisa Rigato ne deduce: Ritengo in base a tutti gli elementi raccolti che il Testo dell'iscrizione sulla Tavoletta-reliquia corrisponda al Titolo originale di Pilato [9].

Resta infine il problema se la reliquia possa essere l'originale del Calvario. Per chiarire la questione la Santa Sede ha autorizzato il prelievo di campioni del legno che sono stati datati utilizzando il Metodo del carbonio-14. I risultati, pubblicati nel 2002, hanno determinato che il legno risale all'intervallo tra gli anni 980 e 1150[10].L’osservanza dei precetti e delle tradizioni

Il Vangelo di Luca racconta che Gesù inizia il suo ministero a circa trent’anni (3,23).

Gesù, a sottolineare sia la conoscenza del Vecchio Testamento sia la sua devozione allo stesso, fa spesso riferimento ai Profeti ed ai Re ebrei.

Cita Salomone (Mt 6,29), Isaia (Mt 12,18 ; Lc 3,3/6 ; 4,16), Giona nella pancia della balena  (Mt 12,40; Lc 11,30), Mosè ed Elia a colloquio con lui  (Mt 17,3-4; 17,12; Mc 1,44;  Gv 3,14  7,19), Geremia (Mt 27,9-10), Abramo, Isacco e Giacobbe (Lc  20,37).

Con riferimento specifico alle usanze ebraiche seguite ai tempi di Gesù (ed ancora ai nostri), dalla lettura dei Vangeli emerge che egli fu sempre rispettoso di tutte loro.

Vengono richiamate le abluzioni dei Giudei per la purificazione 

Lc 2,22 Venuto poi il tempo della loro purificazione, secondo la legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme….

Si tratta della purificazione cui era obbligata la madre dopo il parto.

Gv 2,6 C’erano là sei idre di pietra, capaci ciascuna da due o tre metrete (si tratta di unità di capacità allora in uso)                         

Sono citati, in modo dettagliato,  i “filatteri” (dal greco: custodire): 

Mt 23,5 Gli scribi e i farisei … allargano infatti le loro filattiere e ingrandiscono i fiocchi

Mc 5,25-28 E una donna che da molti anni era affetta da un flusso di sangue…..si ficcò in mezzo alla folla e da dietro gli  (a Gesù) toccò la veste.

Mc 6,56 Dovunque entrava……collocavano gli infermi sulle piazze e lo pregavano di poter toccare anche solo il lembo del suo mantello; e quando lo toccavano erano risanati.

Lc 8,43-44 E una donna che da dodici anni soffriva di continue perdite di sangue….gli si avvicinò, toccò la frangia del suo mantello….

Questo dei filatteri non è un dettaglio da poco: esso evidenzia, per un ebreo, una religiosità osservata  e praticata.

Il mantello, appena richiamato, è il talled ebraico.  Si tratta di un manto rettangolare, munito di frange e di fiocchi agli angoli, nel quale si avvolgono, durante il rito, i fedeli maschi, dall’età di tredici anni compiuti.

Quello che gli ebrei osservanti portano (come faceva Gesù) sotto le vesti, è denominato talled katan (piccolo).    

Anche nelle parole dello Shemà, già richiamato, si fa riferimento ai filatteri (in ebraico: tsitsiot).  (http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/la%20sacra%20sindone.htm) La manifattura rudimentale della stoffa, la torcitura Z (in senso orario) dei fili, la tessitura in diagonale 3 a 1, la presenza di tracce di cotone egizio antichissimo, l'assenza di tracce di fibre animali rendono verosimile l'origine del tessuto nell'area siro-palestinese del primo secolo.
Altri indizi: grande abbondanza di pollini di provenienza mediorientale e di aloe e mirra; la presenza di un tipo di carbonato di calcio (aragonite) simile a quello ritrovato nelle grotte di Gerusalemme; tracce sugli occhi di monete coniate il 29 d.C. sotto Ponzio Pilato; una cucitura laterale identica a quelle esistenti su stoffe ebraiche del primo secolo rinvenute a Masada, un’altura vicina al  Mar Morto.

L'incendio e la patina biologica

Io seguendo queste ricerche precedenti ho voluto estendere le ricerche al   Titulus crucis Il titulus crucis è l'iscrizione, riportata dal Vangelo secondo Matteo e dal Vangelo secondo Giovanni, che sarebbe stata apposta sopra la croce di Gesù, quando egli fu crocifisso, per indicare la motivazione della condanna. L'esibizione della motivazione della condanna, infatti, era prescritta dal diritto romano.

Il nome indica anche una reliquia conservata a Roma e costituita da una tavola di legno di noce, che secondo la tradizione sarebbe il cartiglio originario infisso sopra la croce.

Nelle rappresentazioni artistiche della crocifissione si indica tradizionalmente come titulus le sole quattro lettere INRI, iniziali dell'espressione latina «Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum», che traduce il testo greco del vangelo di Giovanni. Similmente sui crocifissi delle chiese ortodosse l'iscrizione ha le lettere INBI, utilizzando il testo greco equivalente («
ησος Ναζωραος Bασιλες τν ουδαίων»).
 Il testo dell'iscrizione Secondo i vangeli il cartiglio apposto sulla croce riportava come motivo della condanna: «Questi è Gesù, il re dei Giudei» (Matteo 27,37) oppure «Gesù Nazareno, re dei Giudei», secondo il Vangelo secondo Giovanni (19,19); tale vangelo aggiunge che era scritta in ebraico, latino e greco(19,20).

Inoltre lo stesso vangelo afferma che, al leggerlo, i capi dei Giudei si recarono da Ponzio Pilato per chiedere che venisse corretto: secondo loro il titulus non doveva affermare che Gesù «era» il re dei giudei, ma che si era autoproclamato tale. Pilato rispose Quod scripsi, scripsi, e si rifiutò di modificare la scritta (Giovanni 19,21-22).

Molti anni fa un erudito ebreo, Schalom Ben-Chorin[1], ha avanzato l'ipotesi che la scritta ebraica fosse: "Yeshua Hanozri W(u)melech Hajehudim", cioè letteralmente: "Gesù il Nazareno è il Re dei Giudei". In tal caso le iniziali delle quattro parole corrisponderebbero esattamente con il tetragramma biblico, il nome impronunciabile di Dio, motivando con maggior forza le proteste dei giudei[2].Il Titulus di Roma La conservazione come reliquia del "titolo" apposto sulla croce è testimoniata per la prima volta nel IV-V secolo dall'"itinerario" di Egeria, che racconta il proprio pellegrinaggio a Gerusalemme nell'anno 383[3]. Successivamente il titulus fu descritto nel 570 da Antonino di Piacenza, un pellegrino che vide le reliquie della Passione a Gerusalemme. Egli riporta la seguente iscrizione: «Hic est rex Iudaeorum», cioè il testo di Matteo[4].

Una tavola di legno, che la tradizione cattolica ritiene essere parte del titulus, ma che è stata datata al X-XII secolo, è conservata a Roma, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, insieme a un presunto chiodo della Passione e a frammenti della Vera Croce. Tutti questi oggetti, secondo la tradizione, furono rinvenuti da Elena, madre dell'imperatore romano Costantino I, che nel IV secolo visitò Gerusalemme e fece scavare l'area del Golgota.

Si apre perciò la questione se è verosimile che il cartiglio della croce sia stato conservato e se la reliquia romana possa essere l'originale o almeno una copia fedele.

Alla prima questione ha cercato di rispondere nella sua tesi di dottorato e in una pubblicazione di poco antecedente Maria-Luisa Rigato, una biblista attiva alla Pontificia Università Gregoriana, supponendo che il cartiglio sia stato staccato dalla croce e deposto inizialmente nella tomba assieme al corpo di Gesù[5]. La sepoltura,infatti, caratterizzata secondo i Vangeli dall'utilizzo di una tomba di ampie dimensioni, dal trattamento della salma con unguenti preziosi e dall'avvolgimento in un sudario, avrebbe secondo la Rigato tutte la caratteristiche di una sepoltura regale. L'aggiunta del cartiglio, il cui testo appariva ai seguaci di Gesù inconsapevolmente profetico della regalità di Gesù[6], sembrerebbe ben accordarsi con le intenzioni di Giuseppe d'Arimatea e di Nicodemo.

Per rispondere alla seconda questione a partire dal 1995 hanno avuto accesso al titulus alcuni studiosi, fra cui appunto per prima Maria-Luisa Rigato, che ha stimolato e collaborato alle indagini scientifiche necessarie (rilievo fotografico, prelievo di campioni, ecc.)[7].. Il materiale raccolto è stato anche reso disponibile ad altri studiosi, fra cui Carsten Peter Thiede e Michael Hesemann[8].

Il titulus di Santa Croce reca effettivamente una parte dell'iscrizione nelle tre lingue. Anche i testi in latino e greco sono scritti, da destra a sinistra, come l'ebraico; inoltre nel testo latino è scritto «Nazarinus» anziché «Nazarenus». Il testo, poi, non sembra corrispondere esattamente a nessuno di quelli dei quattro vangeli. Queste anomalie sono considerate da alcuni indizi di autenticità, in base al ragionamento che difficilmente un falsario le avrebbe introdotte.

Le fotografie dell'iscrizione sono state esaminate da diversi paleografi (contattati indipendentemente dai tre ricercatori sopra citati). In particolare le lettere sono risultate perfettamente compatibili con quelle del primo secolo, confermando, quindi, la possibilità che la reliquia sia l'originale o almeno una copia fedele dell'originale. Maria Luisa Rigato ne deduce: Ritengo in base a tutti gli elementi raccolti che il Testo dell'iscrizione sulla Tavoletta-reliquia corrisponda al Titolo originale di Pilato [9].

Resta infine il problema se la reliquia possa essere l'originale del Calvario. Per chiarire la questione la Santa Sede ha autorizzato il prelievo di campioni del legno che sono stati datati utilizzando il Metodo del carbonio-14. I risultati, pubblicati nel 2002, hanno determinato che il legno risale all'intervallo tra gli anni 980 e 1150[10].L’osservanza dei precetti e delle tradizioni

Il Vangelo di Luca racconta che Gesù inizia il suo ministero a circa trent’anni (3,23).

Gesù, a sottolineare sia la conoscenza del Vecchio Testamento sia la sua devozione allo stesso, fa spesso riferimento ai Profeti ed ai Re ebrei.

Cita Salomone (Mt 6,29), Isaia (Mt 12,18 ; Lc 3,3/6 ; 4,16), Giona nella pancia della balena  (Mt 12,40; Lc 11,30), Mosè ed Elia a colloquio con lui  (Mt 17,3-4; 17,12; Mc 1,44;  Gv 3,14  7,19), Geremia (Mt 27,9-10), Abramo, Isacco e Giacobbe (Lc  20,37).

Con riferimento specifico alle usanze ebraiche seguite ai tempi di Gesù (ed ancora ai nostri), dalla lettura dei Vangeli emerge che egli fu sempre rispettoso di tutte loro.

Vengono richiamate le abluzioni dei Giudei per la purificazione 

Lc 2,22 Venuto poi il tempo della loro purificazione, secondo la legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme….

Si tratta della purificazione cui era obbligata la madre dopo il parto.

Gv 2,6 C’erano là sei idre di pietra, capaci ciascuna da due o tre metrete (si tratta di unità di capacità allora in uso)                         

Sono citati, in modo dettagliato,  i “filatteri” (dal greco: custodire): 

Mt 23,5 Gli scribi e i farisei … allargano infatti le loro filattiere e ingrandiscono i fiocchi

Mc 5,25-28 E una donna che da molti anni era affetta da un flusso di sangue…..si ficcò in mezzo alla folla e da dietro gli  (a Gesù) toccò la veste.

Mc 6,56 Dovunque entrava……collocavano gli infermi sulle piazze e lo pregavano di poter toccare anche solo il lembo del suo mantello; e quando lo toccavano erano risanati.

Lc 8,43-44 E una donna che da dodici anni soffriva di continue perdite di sangue….gli si avvicinò, toccò la frangia del suo mantello….

Questo dei filatteri non è un dettaglio da poco: esso evidenzia, per un ebreo, una religiosità osservata  e praticata.

Il mantello, appena richiamato, è il talled ebraico.  Si tratta di un manto rettangolare, munito di frange e di fiocchi agli angoli, nel quale si avvolgono, durante il rito, i fedeli maschi, dall’età di tredici anni compiuti.

Quello che gli ebrei osservanti portano (come faceva Gesù) sotto le vesti, è denominato talled katan (piccolo).    

Anche nelle parole dello Shemà, già richiamato, si fa riferimento ai filatteri (in ebraico: tsitsiot).  (http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/la%20sacra%20sindone.htm) La manifattura rudimentale della stoffa, la torcitura Z (in senso orario) dei fili, la tessitura in diagonale 3 a 1, la presenza di tracce di cotone egizio antichissimo, l'assenza di tracce di fibre animali rendono verosimile l'origine del tessuto nell'area siro-palestinese del primo secolo.
Altri indizi: grande abbondanza di pollini di provenienza mediorientale e di aloe e mirra; la presenza di un tipo di carbonato di calcio (aragonite) simile a quello ritrovato nelle grotte di Gerusalemme; tracce sugli occhi di monete coniate il 29 d.C. sotto Ponzio Pilato; una cucitura laterale identica a quelle esistenti su stoffe ebraiche del primo secolo rinvenute a Masada, un’altura vicina al  Mar Morto.L'incendio e la patina biologica

L'alta temperatura raggiunta durante l'incendio di Chambéry (la cassetta con la Sindone fu avvolta dalle fiamme nell'incendio del 4 dicembre 1532) può aver provocato scambi di isotopi che hanno portato ad un arricchimento di carbonio radioattivo, facendo risultare in proporzione più "giovane" il tessuto.

Alcuni batteri operanti sulla superficie del lino possono, attraverso la loro attività enzimatica, legare chimicamente gruppi alchilici alla cellulosa. Questi gruppi contengono carbonio derivato dall'ambiente locale. Anche quando i batteri vengono rimossi dalla pulizia, le modificazioni della cellulosa restano.

Va sottolineato che le trasformazioni del lino dovute all'incendio e all'azione microbica sono di natura chimica e non fisica: perciò i solventi e le tecniche di pulizia usati dai laboratori della radiodatazione, che rimuovono la contaminazione di tipo fisico, come la sporcizia, non rimuovono i gruppi contenenti carbonio che si sono aggiunti, perché questi gruppi formano legami chimici direttamente con le molecole della cellulosa stessa. Leoncio Garza Valdés, ricercatore dell'Istituto di Microbiologia dell'Università di San Antonio (Texas) afferma di aver identificato, su un campione di Sindone fornitogli non ufficialmente da Giovanni Riggi, la presenza di un complesso biologico composto da funghi e batteri che ricopre come una patina i fili e non è eliminabile con i consueti trattamenti di pulizia. Esso perciò avrebbe falsato la datazione radiocarbonica. Una mummia egiziana conservata nel Museo di Manchester ha fornito addirittura date diverse per le ossa e le bende; queste ultime sono risultate 800-1.000 anni più "giovani" delle ossa. Un interessante esperimento è stato condotto da Garza Valdés, il quale ha trattato un campione delle bende della mummia con uno speciale preparato enzimatico che rimuove il rivestimento batterico. Datando la stoffa dopo questa pulizia speciale si è ottenuta la stessa età del cadavere>quindi (oli essenze possono trasformarsi in muffe e funghi bateriologici come nei ritrovamenti delle mummie egitto.. e quindi l'esame del carbonio 14 e' invalidante.in piu' alterazione di calore del incendio del 15 ha alterato ancora di piu' le sostanze batteriologiche come le porvette che girano nei macchinari di laboratorio..quindi nullo.. ma non resta un mistero .essendo gesu' ebraico i suoi apostoli gli diedero sepoltura sacra secondo i canoni ebraici.. che rispettarono anche loro sino dopo la sua morte ,infatti san paolo scrive:da temere: i romani rispettavano gli ebrei, i loro usi e costumi, le loro tradizioni millenarie. ... Talmud: il complesso delle dottrine e degli insegnamenti ebraici. .... E' come olio profumato sul capo,. che scende sulla barba, gesu' accetta' l'unzione dei piedi da una donna in betania.E gli Apostoli guardano.quindi oli usati mirra fraincenso, rsa di shalon lily della valle di gerusalemme unici oli millenari primadella sepoltura,500 anni dopo non vi era piu ' questa usanza in piu' se vi e' una somiglianza nel caso digesu' fu agiunto sicuramente un estrato erboristico che uccideva gli insetti o qualsisai altro animale per permettere al suo corpo di decomporsi senza essere violato da nessuna creaturina terrena.. nel evento del mar rosso vi sono elementi scientifici , e  divini da sottolineare, l'evento scientifico raro avvenuto giusto al passaggio di Mose'.riportati a quanto pare, nei testi di alcuni esperti di storia dell'Egitto vi sarebbero degli accenni alla fuga degli ebrei e anche all'attraversamento del Mar Rosso, inoltre, negli anni settanta, è stata ritrovato il mozzo di una ruota di legno ad otto raggi, tipica della XVIII dinastia e dei carri da guerra, nel golfo di Aqaba che, sempre secondo alcuni, ci riporterebbe a quell'evento.
Questo ritrovamento però, non coincide né con la tesi primaria né con la traduzione della descrizione dell'evento, infatti il termine esatto che all'inizio è stato tradotto con Mar Rosso, in realtà significa mare di canne, e, proprio sul Nilo, vicino al delta, si trova una sorta di lago chiamato mare di canne; quindi si può pensare ad un attraversamento del fiume che, inoltre darebbe anche una spiegazione scientifica all'apertura delle acque.
Per quanto riguarda l'apertura delle acque, si pensa ad un evento naturale: l'eruzione di Santorini; l'eruzione è avvenuta nel 1600 circa a.c., quindi come datazione ci siamo e, per la gigantesca energia sviluppata, avrebbe prodotto una enorme onda anomala che, infrangendosi proprio sul delta del Nilo, avrebbe prima ingrossato le acque poi, ritirandosi di colpo, trascinato con sé anche buona parte del corso del fiume ma solo momentaneamente per poi rilasciarlo definitivamente.
da qui, prima il ritiro delle acque, trascinate dal reflusso dell'onda di marea, poi il rilascio definitivo con la chiusura delle stesse.Nel suo libro "The Parting of the Sea", la separazione del mare - edito dalla Princeton University Press-, la studiosa avanza la sua teoria, secondo cui ciò che 3.600 anni fa sconvolse l’Egitto, compreso il passaggio attraverso il Mar Rosso, fu in realtà «una serie di fenomeni climatici tipica delle eruzioni vulcaniche».

Secondo la studiosa, tutto cominciò con due enormi esplosioni nel Mar Egeo. La prima scatenata nel 1.628 aC dal vulcano dell'isola greca di Santorini. Ovvero proprio nella data del primo esodo biblico. Stando alla ricerca, l'esplosione avrebbe diffuso nel cielo ceneri e polveri acide che grazie al trasporto dei venti sarebbero arrivate fino in Egitto provocando le tenebre e le grandinate citate nei testi sacri.

Lo stesso vale per la morìa del bestiame e gli sciami d’insetti, tipici effetti degli sconvolgimenti climatici provocati dall’eruzione. Le acque arrossate poi sarebbero il risultato di un aumento delle erbacce rosse che proliferano al deposito di ceneri vulcaniche. Le stesse ceneri acide che avrebbero contaminato l'acqua provocando la fuoriuscita delle rane.

Quanto alla morte dei primogeniti egiziani, la terribile maledizione sarebbe dovuta alla contaminazione dei prodotti della terra che, avvelenati dalle polveri acide, avrebbero causato morti a profusione. Si trattava oltretutto di cibo che agli ebrei non era consentito toccare.

Il secondo episodio, quello più legato al passaggio del Mar Rosso, sarebbe invece da far risalire a una seconda eruzione, avvenuta nel 1450 a.c. sull'isola di Yali. L'esplosione del vulcano diversi tsunami che raggiunsero il Mar Rosso. Si spiegherebbero così le onde improvvise e gigantesche che travolsero l'esercito del faraone, impegnato a inseguire Mosè e il suo popolo.diciamo che l'ira della scienza si e' scatenata tutta per questo passaggio del popolo ebraico e di Mose',e che sempre per volonta' della scienza il mar rosso si e' aperto giusto in tempo per risparmiare la morte certa a mose e al suo Popolo.. Indubbiamente le video registrazioni dell'evento non ci sono..
Gli scienziati che piu volte hanno teorizzato vari sistemi , affermano che non Dio ma una serie di eventi naturali hanno prodotto quel fenomeno che ha asciugato il mar rosso..

Oviamente si sono artatamente dimenticati di dire la profondita' del mar rosso, e che quel loro studio non ha fattibilita' in considerazione di una cosa essenziale...

LA documentazione storica piu importante accurata e certa...

Il popolo Ebraico ha riportato per secoli le prove .
I documenti storici e Religiosi che da secoli e con precisione certosina si tramandano, la " Thorah "

Questa e' di fatto la raccolta storica piu vera che esiste, in quanto il popolo Ebraico la ha salvaguardata nei secoli. in essa e' scritta la storia del loro popolo e tutti i fatti vissuti e documentati .

Per negare la esistenza di Dio , si deve dimostrare la falsita' della documentazione secolare conservata..

Il fatto di non vedere Dio , non da' nessuna dimostrazione che non ci sia..
piuttosto conoscere quello che questi documenti dicono, e che sono parte integrante di ogni Bibbia, ci permette di conoscerlo bene...


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